Alle scuole medie inferiori si studiava, almeno negli anni Ottanta, Educazione Civica.

Mi auguro si studi ancora e forse anche prima.

Parte del programma scolastico era lo studio della Costituzione della Repubblica Italiana. Mi ricordo ancora con quanta enfasi la professoressa d’italiano spiegava quanto fosse importante, per il nostro Paese, questa carta costituzionale e, per dirla alla Piero Calamandrei, politico ed accademico italiano del Dopoguerra, quanto sangue fosse stato versato dai partigiani, durante il fascismo, “per riscattare la libertà e la dignità” che vi sta dietro.

Nella Costituzione, dopo i Principi Fondamentali, sono citati, nella Parte Prima, i Diritti e Doveri dei Cittadini.

L’articolo 21, nello specifico, dice che “ogni individuo è libero di professare il proprio pensiero, con la parola, con lo scritto e con ogni altro mezzo di comunicazione”.

Nel 2017 questo diritto può sembrarci scontato e diffuso ma non è così. Basti pensare a Paesi quali Eritrea, Siria, Corea del Nord, Cina, Iran, quest’ultimo considerato “ la più grande prigione di giornalisti”, per capire, quanto, un diritto naturale e fondante la dignità umana, venga negato e, quanto, ciò che viene raccontato, sia scritto più dalla penna del Governo che non dal libero pensiero dei giornalisti.

L’attualità, in questi giorni, ci scuote su questo tema col caso del blogger e giornalista italiano Gabriele Del Grande, bloccato in un centro di detenzione amministrativa in Turchia senza che, allo stato attuale, gli sia stato formulato contro alcun capo d’accusa. Ma la sappiamo tutti qual è la colpa di Del Grande, è quella di credere nella libertà di parola, di provenire da un Paese che la protegge con la sua Costituzione ma di essere entrato in uno in cui, allo stato attuale, con il regime di Erdogan, vi è palese violazione della libertà di pensiero e stampa e Del Grande non è il primo ad averne fatte le spese.

Il diritto di parola ha permesso alle popolazioni degli Stati che l’hanno difeso, di emanciparsi, di modernizzarsi, di apprendere, di spalancare una finestra sul mondo.

Assieme al diritto allo studio ci ha permesso di crescere, di aprire la mente, di espanderla a nuove conoscenze, di incontrare culture diverse dalla nostra dalle quali imparare. Di scrivere nuovi capitoli di storia.

L’avvento di Internet e dei social network è stato il propulsore di questo processo.

Ciò che prima si leggeva sui libri, si vedeva in tv e, se si aveva la fortuna di viaggiare, si conosceva andandoci di persona, è diventato fruibile a tutti, in qualsiasi momento, stando comodamente a casa propria.

E grazie al concetto di web usability la navigazione è diventata sempre più precisa e completa, votata a soddisfare le esigenze dell’utente e a fornirgli quanto richiesto, economizzando il suo sforzo cognitivo, facendo in modo che la sua esperienza sul web risulti una gratificante fonte di benessere.

Grazie ai social network la comunicazione e l’informazione sono diventate immediatamente fruibili a tutti.

Abbiamo, oggi, la possibilità, in tempo reale, di ampliare le nostre conoscenze e di sapere cosa accade nel mondo, possiamo, annullando le distanze fisiche, stringere relazioni con persone nuove ovunque queste si trovino, 24 ore su 24, possiamo scambiare informazioni di qualsiasi genere (personale, didattico, professionale…) ed essere noi stessi generatori di contenuti.

Ed è su questo punto che richiamo tutti a proteggere l’articolo 21. Il motivo vitale per cui è nato, difendere la libertà di parola.

Generare contenuti e diffonderli sui social network è una grande responsabilità, più grande di quanto immaginiamo. Quanto scrivo e pubblico, adesso, sui social, sui siti, sui blog, su piattaforme di e-commerce, schizza come una pallina del flipper sulla piazza virtuale e “colpisce” chi vi si imbatte (su Facebook in tutto il mondo si contano 1.65 miliardi di account, circa 30 milioni in Italia contro i 10 milioni di utenti  LinkedIn che però è in rapida crescita) generando svariate reazioni che vanno dall’indifferenza, al gradimento, al commento e alla condivisione.

Sappiamo che la comunicazione sui social, per caratteristica fondante, è di tipo “one to many”, ovvero il contenuto inviato da un singolo arriva a più destinatari e, se suscita emozioni e diventa virale, se ne perdono definitivamente le tracce e con esse il controllo.

Google e Facebook sono piattaforme che si basano sul principio che siano proprio gli utenti a creare i contenuti, non possono controllarli tutti né essere responsabili di quanto viene pubblicato. Una verifica del genere sarebbe oggettivamente impossibile (le pubblicazioni avvengono in tempo reale) e, per mole di dati, impensabile (immaginate se i gestori telefonici dovessero controllare i contenuti di tutte le nostre conversazioni – mentre stanno avvenendo – per decidere se sono appropriate o meno) senza considerare che un controllo del genere ci riporterebbe, con un salto, indietro di 70 anni, alla censura fascista o a quella, attuale, dei regimi totalitari.

Siamo noi che pubblichiamo ad avere il dovere morale di produrre contenuti utili, rispettosi, degni di essere diffusi. Dobbiamo renderci conto che il web è di per sè virtuale, immateriale ma, in realtà, è assolutamente tangibile e concreto. E’ un luogo di persone vere, di menti da raggiungere da arricchire, da persuadere, da sviluppare.

Ignorare questa responsabilità non ci rende degni nemmeno di avere la fortuna di possedere una connessione ad Internet.

Prima di scrivere studiamo, informiamoci, riflettiamo, confrontiamoci, coltiviamo le idee.

Diffonderle è una grande ricchezza, è quella di cui mi nutro, ogni giorno, quando leggo contenuti interessanti che mi permettono di allargare la mente e di sfruttare appieno la mia plasticità neuronale.

Contenuti di valore permettono una protezione dell’articolo 21, della libertà di pensare, diversamente saremo complici di chi promuove solo ignoranza, razzismo, odio e violenza e la censura sarebbe l’unica “cura” per un mondo involuto e fake i cui cittadini non sono stati in grado di occuparsi di sè.

Di un sé collettivo.

Il nuovo modo di vivere del Terzo Millennio.

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