E’ proprio questo il titolo del manuale del 1965 di Eysenck e Rachman due importanti sostenitori della terapia del comportamento applicata alle nevrosi. Questi si pongono con un atteggiamento di sfida e di superamento della psicoanalisi a fronte dell’insoddisfazione collettiva generata da questo paradigma su 3 fronti principali.

  • Inadeguato statuto scientifico: la psicoanalisi è formulata in modo da essere inconfutabile, non esistono modi per verificarne i fondamenti (inconscio, impulsi, istinti). Per capirci meglio Pap (1959) sostiene che “spiegare dei sintomi nevrotici in termini di desideri inconsci equivale a spiegare la rottura di un oggetto con la sua fragilità e non con l’evento antecedente, ovvero il fatto di essere lasciato cadere”. A questo si aggiunge una formulazione teorica effettuata pressoché con un linguaggio metaforico e poco definito. Vaghezza accettabile nelle fasi iniziali di sviluppo di una ipotesi ma insostenibile per la fondazione di una teoria scientifica.
  • La mancata conferma dell’efficacia terapeutica: Sempre il metodico Eysenk, esamina nel 1952 la letteratura scientifica dell’epoca relativa all’efficacia della psicoanalisi e di altre terapie “eclettiche”, sempre di tipo psicodinamico ma di minor durata (19 ricerche per un totale di 17 mila casi). La prima metodica aveva ottenuto un miglioramento del paziente nel 44% dei casi, le seconde nel 64% dei casi a fronte di un elevato numero di remissioni spontanee (ovvero guarigioni senza terapia). “Dati incoraggianti dal punto di vista del nevrotico” dice Eysenck, un po’ meno per lo psicoterapeuta circa l’efficacia dei suoi metodi. E trent’anni dopo, le ricerche del 1977 di Smith e Glass (i primi ad utilizzare le meta-analisi) cambiarono di poco i risultati sull’efficacia della terapia psicoanalitica.
  • L’immunità diplomatica: Freud non nascondeva affatto il poco interesse per la ricerca sperimentale. Allo psicologo americano Rosenzweig, allora giovane ricercatore, rispose che le sue osservazioni sulle basi scientifiche del concetto di rimozione erano interessanti ma poco utili all’affermazione della psicoanalisi che procedeva già benissimo da sé. Certo ciò che non fa danno va bene, ironizzava Freud rivendicando l’immunità diplomatica della sua disciplina basata su casi singoli incontrollabili o meglio controllabili solo all’interno della seduta analitica. Questa era il luogo esclusivo per generare ed effettuare osservazioni circa le interazioni con il paziente. Tutto accadeva o non accadeva lì e non era prevista l’effettuazione di studi sistematici o di follow- up tipici della ricerca scientifica.

La terapia del comportamento

Facendo riferimento alla favola dell’imperatore, Eysenck ebbe l’ardire di affermare che questi era nudo e, quasi, rischiò il licenziamento. Anche altri autori, però, avevano posto le basi delle nuove vie di laboratorio e di lavoro clinico. L’etologo Pavlov, icona della Psicologia Scientifica, partendo dallo studio dell’apparato gastrico, scoprì i riflessi condizionati (celebre l’esperimento di condizionamento classico in cui un cane affamato viene condizionato a salivare al suono della campanella perché precedentemente questo suono era stato associato alla presentazione del cibo). In America Watson, che nel 1913 aveva pubblicato il Manifesto del Comportamentismo (“Psychology as the behaviorist views it”), faceva esperimenti sull’induzione della paura nel piccolo bimbo Albert (associando un rumore forte alla vista di un ratto bianco)  e sulla generalizzazione dell’esperienza ansiogena ad altri stimoli simili ( paura suscitata da qualsiasi stimolo bianco e morbido anche non in movimento).

Negli anni ‘50 e ’60 la  Terapia del comportamento (Behaviour Therapy) si contrappone alle terapie tradizionali già a partire dal nome. L’oggetto di terapia è il comportamento e non è il sintomo di qualche altro oggetto intrapsichico. Si agisce in maniera diretta sulla modificazione dei comportamenti e non in maniera indiretta come la psicoanalisi la quale è volta ad alterare in primis l’organizzazione interna del soggetto e di successivo rimbalzo il suo comportamento.

Tra i fautori di questa terapia affiancano Eisenck, Wolpe e Skinner. Il primo, grazie agli studi di Masserman sulle nevrosi animali, arrivò ad elaborare una tra le più efficaci strategie comportamentistiche d’intervento la Desensibilizzazione Sistematica (DS) passando dalla cura delle nevrosi feline a quelle umane (soprattutto le fobie). Il principio è quello per cui allo stimolo ansiogeno (paura del cane) viene associato, in maniera sistematica il rilassamento (Wolpe usava quello a partenza muscolare di Jacobson) in modo da estinguere  progressivamente la risposta d’ansia sostituendola con una di benessere (in presenza del cane) generata dal rilassamento stesso.

Skinner fu il più geniale dei tre. Partendo dalle sue ricerche di laboratorio arrivò a fondare l’ABA (Applied Behavior Analysis) invertendo, del tutto, l’ottica della psicologia tradizionale che vedeva i comportamenti come frutto dell’inconscio o del mondo cognitivo della persona. Per Skinner è l’ambiente che va cambiato in modo tale che la sua modificazione provochi quella del comportamento. Nella celebre Skinner Box il ratto,  viene condizionato ad abbassare una leva(quando compie questo gesto riceve del cibo) e a smettere di abbassarla (quando compie questo gesto riceve una scossa elettrica). Nell’ambiente, premi e punizioni permettono di condizionare il comportamento del soggetto riducendo le condotte problematiche e rinforzando quelle positive. Mediante il condizionamento operante è possibile intervenire ri-condizionando l’individuo a comportamenti positivi che sostituiscono quelli negativi erroneamente appresi.

Il comportamentismo, da quanto abbiamo potuto osservare, è una psicologia dell’apprendimento e della gestione del comportamento.

Ma come la mettiamo con i processi cognitivi? E’ proprio vero che sono epifenomi, alla stregua dell’inconscio, che non possono essere oggetto dell’indagine psicologica né, tantomeno, di quella sperimentale? Cosa avviene nella black box tra stimolo e risposta?

Negli anni ‘70 la psicologia cognitiva cominciò  a farsi sentire per dare risposte a queste domande. Ma questa è un’altra storia.

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